Lettere dal Faro – 3 dicembre 2018

Avatar effectivestudio | 3 Dicembre 2018 18 Views 2 Likes

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Cari Naviganti e Capitani di ventura,

una delle frasi che sento spesso ripetere è che ogni dipendente si trova a vivere la maggior parte della propria vita sul luogo di lavoro, che sia un ufficio, una fabbrica, un supermercato, una scuola.

In effetti, calcolatrice alla mano, si stimano circa 2.400 ore delle 8.760 totali di un anno civile destinate ad essere trascorse in compagnia di colleghi, manager, clienti, mouse, scartoffie, badge e caffè malsano (ma sempre necessario). Duemilaquattrocento.

Se pensiamo che un’altra buona parte della nostra quotidianità è utilizzata, nostro malgrado, per spostarci fisicamente, giungiamo alla conclusione ovvia ma non soddisfacente, che ben poco del nostro tempo è lasciato alle nostre attività personali, agli affetti e ai luoghi più cari, quelli veri, che mancano quando sono lontani.

È in base a queste premesse che sempre più importanza riveste il luogo di lavoro come ambiente in cui far emergere sé stessi, non soltanto come fenomeni da business, come guru dei fatturati, come bomber dei margini operativi, ma prima di tutto come Persone cioè, come ci insegnano i cari vecchi ma sempre saggi Latini, il complesso delle qualità che ci caratterizzano come uomini e donne.

Se è quindi vero che il mercato del lavoro è sempre più orientato al candidato e sempre meno al datore di lavoro (Willis Towers Watson, 2017) allora è anche vero che le aziende hanno il dovere di attrezzarsi per garantire ai propri dipendenti (attuali e futuri) un luogo attraente, un ambiente positivo, un posto in cui coltivare e coltivarsi. Posso azzardare? Una seconda casa.

D’altronde è altresì certezza che un dipendente contento è più produttivo e al tempo stesso contagia chi gli sta intorno, all’interno e all’esterno dell’azienda. Al contrario, un dipendente insoddisfatto può causare gravi costi economici e reputazionali.

Le grandi aziende lo stanno capendo e stanno destinando buona parte dei propri budget di Comunicazione, Marketing e Risorse Umane in attività volte a indirizzare la propria reputazione come Good Employer, ovvero come coloro capaci di offrire ai propri dipendenti condizioni di lavoro che si differenziano (positivamente) da quelle dei proprio concorrenti.

Non credo, tuttavia, nei Chief Happiness Officer, nuova figura professionale di cui si è tanto sentito parlare recentemente e che ha il compito di rendere il posto di lavoro un mondo migliore. Mi è difficile pensare a una figura manageriale che possa incanalare il nostro umore, il nostro carattere, il nostro modo di essere in un processo aziendale, come se fosse una task, un obiettivo da raggiungere, un KPI.

Credo invece a strategie innovative (tecnologiche e non) che possono contribuire a costruire insieme – azienda e dipendenti – un luogo più familiare, che possano sfruttare il talento dei singoli per creare gruppo, che possa migliorare il clima d’ufficio, di fabbrica, in magazzino o nelle aule rendendo più vero e realistico ciò che di Bello che esiste già.

È un dovere delle aziende di oggi e domani, grandi e piccole, lavorare nella direzione di questo che è prima di tutto un cambiamento culturale, di cui faremo parte prima o poi da una parte o dall’altra. Lo spero.

Il Guardiano del Faro


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